Il miliardario contro i “poveri giovani” che mangiano toast all’avocado

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Provocazioni a parte, le uscite dell’australiano Tim Gurner che accusa i Millennial di non sacrificarsi e avere aspettative troppo alte, raccontano una generazione persa in una spirale di surrogati della vita che non potranno avere.

 

Tim Gurner è un giovane immobiliarista australiano. Ha 35 anni e in un’intervista all’emittente (TV) Channel 9 ha dato una bella mazzata (duro colpo, lezione) ai giovani d’oggi. La sua dichiarazione sembra piuttosto qualunquista, ricorda le sparate (dichiarazioni) del nostro iperattivo ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Stavolta, però, non si parla di lauree e calcetto ma di panini all’avocado. Issati (tirati su, innalzati) a emblema (simbolo) di una certa fighettaggine (alla moda, di tendenza) ipersalutista (grande cura della propria salute) e follemente social buona solo a spendere tanto, risparmiare poco e costruire zero per il futuro.

 

Quando volevo comprare la mia prima casa non acquistavo panini all’avocado da 19 dollari l’uno e quattro caffè da 4 dollari” ha detto in un passaggio dell’intervista rilasciata al programma 60 Minutes. (Ora, che evitando un paio di toast all’avocado ci si possa far casa è evidentemente una provocazione.)

Ma è solo la dichiarazione più morbida fra quelle sparate (dette) nel corso del colloquio (intervista). L’imprenditore ha aggiunto per esempio che “le aspettative dei giovani sono molto, molto alte. Vogliono andare a cena fuori ogni giorno, vogliono viaggiare in Europa ogni anno”. A far danni, secondo lui, sono certi modelli e celebrità sia in tv che su internet: “Guardano le Kardashian e pensano sia normale guidare una Bentley (macchina)”.

Non sembra il solito, sterile pancia a terra e lavorare. L’accusa di Gurner è più chirurgica, maligna, sociale. Spazia (si estende) a 360 gradi e prende di petto i drammi di generazioni tendenzialmente più povere delle precedenti specialmente in certi Paesi industrializzati – che tuttavia sembrano ingannare le prospettive sul proprio futuro nell’iperconsumismo, fra continui richiami tech, fascinazioni bio e (falsamente) green e soprattutto stili di vita sopra ogni possibilità media di spesa.

Ho passato ogni notte in ginocchio a rinnovare i pavimenti, dipingere, ristrutturare e lavorare alla casa – ha spiegato rispetto al suo primissimo investimento, fatto dal suo capo dell’epoca ma gestito in prima persona – quando l’abbiamo venduto ho sfruttato il piccolo profitto di 12mila dollari per acquistare un’altra proprietà. E tutto è partito da lì”. Anche grazie ad altri 34mila prestati dal nonno con cui ha ottenuto un mutuo, comprato una palestra da 150mila e, di cessione in acquisto, è divenuto pian piano il tycoon di oggi. Non manca ovviamente il passaggio sugli anni spesi a fare diversi lavori sette giorni a settimana “risparmiando ogni penny possibile”.

Tralasciando (escludere) gli aspetti più strettamente legati al contesto australiano che non ci riguardano, l’immagine più efficace è paradossalmente proprio quella dei toast all’avocado, divenuti soggetti prediletti (preferiti) della subcultura di Instagram (quasi 400mila foto solo sul social con quell’hashtag specifico e 5,8 milioni per il semplice #avocado). Tanto da attirare l’attenzione perfino del Washington Post.

A rappresentare appunto una società giovanile globale preda e bersaglio al contempo (nello stesso momento) di consumi non tanto futili (superficiale) ma fintamente sofisticati e per giunta venduti a prezzi anni fa inaccettabili. Con strategie simili che ormai accomunano food, tecnologia, lifestyle. In quel senso, per interpretare meglio le sparate (esternazioni, dichiarazioni) moraliste di Gurner, l’idea è che il panino sofisticato, l’ultimo smartphone top di gamma o il clamoroso edonismo da social network siano ridicoli schermi (difesa, protezione) che separano i giovani dal loro futuro.

(Simone Cosimi – wired.it – 18 maggio 2017)