Scusarsi è molto difficile ma è meglio farlo

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A tutti può capitare di dover chiedere scusa. Non a tutti succede di volerlo o saperlo fare in modo onesto, efficace e trasparente. Di fatto il gesto di chiedere scusa è complicato per diversi motivi così come, per diversi altri motivi, è necessario e virtuoso.

Non è vero che scusarci ci fa stare subito meglio (e non è questa la motivazione da dire ai bambini quando li invitiamo a chiedere scusa). Ma, d’altra parte, l’obiettivo delle scuse è quello di far sentire meglio chi ha subìto un’offesa, non chi l’ha arrecata (fatta). Il secondo obiettivo è incentivare (incoraggiare) chi ha offeso qualcuno a non ripetere quel comportamento.

 Scuse e autostima

Ma il fatto di scusarsi ha altre, e maggiori, conseguenze positive: imparare a chiedere scusa è (per i bambini, ma anche per gli adulti) parte integrante dell’addestramento alla vita sociale. Migliora le relazioni interpersonali. Riduce la rabbia e la contiene. Accresce (aumenta) la coesione delle comunità. E poi, chi si scusa dimostra di avere una buona autostima: sono le persone con bassa autostima quelle che fanno più fatica a scusarsi.

Sapersi scusare è importante anche nel mondo degli affari. Gli amministratori delegati e i dirigenti che rifiutano di scusarsi quando dovrebbero farlo mettono a rischio la reputazione dell’intera azienda. D’altra parte, farsi carico degli errori dell’impresa appartiene al loro ruolo (e, aggiungo, il fatto di scusarsi quando è necessario dimostra la loro capacità di sostenere quel ruolo pienamente).

Ma scusarsi non basta: bisogna farlo bene e sul serio. La Harvard Business Review descrive quattro tipi di scuse inefficaci: ci sono le scuse formali, vuote di ogni sentimento autentico. Solo parole dette in modo reticente (esitante) e frettoloso, senza coinvolgimento sostanziale. Non servono a niente.

Ci sono poi quelle eccessive, ripetute e fastidiose – “oh, provo un terribile, enorme dispiacere” – che mettono al centro della relazione chi ha commesso il danno e i suoi sentimenti di rimorso, e paradossalmente obbligano il danneggiato a confortare chi ha causato il danno.

E ancora: ci sono le scuse incomplete. Dire solamente “mi dispiace per quanto è successo” significa non riconoscere il proprio ruolo (e la propria responsabilità) per quanto è successo, e non assumersi alcun impegno per evitare che in futuro una situazione analoga si ripeta. Troppo facile…

Infine, ci sono le scuse negate: “Ehi, non è colpa mia!”. Se non altro, sono sincere: è l’ego che parla, e rifiuta di ammettere ogni colpa. Questo genere di scuse è non solo inefficace, ma controproducente: accrescono il danno inferto e pregiudicano definitivamente la possibilità di salvare la relazione.

Cambiare prospettiva

In realtà, per chiedere scusa in modo appropriato c’è una sola cosa da fare: cambiare prospettiva e mettersi nei panni della persona offesa. Vuol dire capirne lo stato d’animo, desiderare sinceramente di porre riparo e proporsi di migliorare i propri comportamenti futuri. Sì, non è facile.

Chiedere scusa può avere un valore emotivo, simbolico, storico anche forte, ma da un punto di vista relazionale è un po’ un controsenso, perché non mette a confronto i due attori (individui o comunità) effettivamente coinvolti nel torto inflitto e subìto.

Eppure, anche questo genere di scuse può essere importante, nella misura in cui chiedere scusa per torti inflitti in passato si riflette e determina i comportamenti attuali. Per esempio, gli psicologi australiani si sono di recente scusati formalmente con le tribù aborigene per la pratica pluridecennale di separare le madri dai figli, che ha dato origine al fenomeno atroce delle stolen generations, le generazioni rubate.

In questo caso, le scuse hanno rilievo perché segnano un’importante inversione di tendenza nel modo in cui le classi dirigenti bianche interagiscono con gli aborigeni.

www.internazionale.it – Annamaria Testa – 3 luglio 2017